Educare gli educatori
Mario Ancona
L'umanità del medico …
si tramanda grazie alla
sua personalità,
impercettibilmente,
istante dopo istante,
attraverso il suo modo di
agire e di parlare,
attraverso lo spirito che
regna in una clinica …
(Jaspers, 1953).
Le norme che hanno istituito il corso biennale di formazione specifica
in medicina generale, si segnalano per l'introduzione di una nuova figura
educativa nell'iter formativo dei futuri medici di famiglia: il medico-tutor.
Il progetto di formazione in medicina generale prevede, infatti, che i
neolaureati svolgano un tirocinio della durata di due anni, affiancati
da un medico-tutor: sei mesi presso lo studio di un medico di medicina
generale e il restante periodo presso le strutture sanitarie ospedaliere
e territoriali. ê certo un'innovazione nell'ambito del sistema educativo
del medico, anche se al momento solo settoriale. Un sistema educativo
che si può qualificare, metaforicamente, come poco dialogico, in quanto
la comunicazione delle conoscenze avviene prevalentemente ad una via.
È frequente tra gli studenti di medicina, ma anche tra gli specializzandi,
come dimostrano recenti manifestazioni di protesta, un sentimento di disagio,
in parte espressione del senso di solitudine in cui spesso si è costretti
a svolgere il proprio studio, senza interlocutori disponibili o sufficientemente
motivati. Il medico-tutor può così arrivare a svolgere un ruolo particolarmente
significativo nei processi formativi dei futuri medici e colmare un vuoto
reale e sentito. Può avvicinare alla concretezza della professione medica,
consentendo l'arricchimento e il consolidamento del sapere più accademico,
attraverso il confronto con l'esperienza. Esperienza guidata, spiegata,
testimoniata: diviene così viva generatrice di nuovo sapere e non fonte
di demotivanti frustrazioni. Il medico-tutor si inserisce in una filosofia
educativa che riconosce nei fattori emotivi e motivazionali, nello scambio
dialettico, nella relazione i migliori alleati dei processi di apprendimento
e crescita individuale. Si delinea un ruolo potenzialmente centrale e
impegnativo. La legge non è, peraltro, priva di mancanze foriere di problematiche
contraddizioni. Infatti se la figura del tutor di medicina generale è
meglio definita, non così avviene per l'ambito ospedaliero; dove la responsabilità
è genericamente affidata al primario. Il tutor medico sta cominciando
a prendere forma, ma e per la settorialità del ruolo, e per l'incompletezza
delle norme, deve ancora acquisire consistenza e un riconoscimento più
concreto.
Il tutoring e il mentoring sono interventi educativi più
diffusi nel mondo aziendale; e quindi la letteratura scientifica è più
ricca in tale ambito (Cortese, 1997). Numerose ricerche ne hanno evidenziato
i positivi effetti esercitati sulla formazione individuale. L'allievo
è più sicuro e quindi più disponibile a mettersi alla prova; il contenimento
dell'ansia rende utilizzabili maggiori energie per l'apprendimento; la
relazione pedagogica stessa fornisce, nello scambio reciproco, nuove motivazioni.
Le conseguenze sul processo di crescita individuale non sono solo significative
nel breve termine, ma l'influenza si realizza anche nel lungo periodo.
Gli effetti positivi non si limitano all'allievo, ma si estendono anche
a chi svolge l'intervento formativo; che diviene così occasione di riflessione
sul proprio agire. Spiegare ad altri ciò che facciamo, richiede che si
attivi un processo di chiarificazione, un interrogarsi sul senso di atti
che la routine potrebbe, col tempo e la ripetitività, oscurare. L'altro,
l'allievo, chiede una continua giustificazione del nostro operare; se
non di fronte a lui, certamente dinanzi a noi stessi.
Non sapevo bene cosa
dirgli. Mi sentivo molto
maldestro. Non sapevo
come toccarlo, come
raggiungerlo ... Il paese
delle lacrime è così
misterioso
(Saint-Exupèry, 1943).
Prima di raggiungere un'età
formata da due cifre,
conobbi la speranza … che
la presenza di un medico
genera in una famiglia
preoccupata … Il semplice
fatto di sapere che
qualcuno era andato al
drugstore per telefonare al
dottore … mutava
l'atmosfera di terrore e
impotenza che regnava nel
nostro piccolo
appartamento …
(Nuland, 1993).
La funzione di tutoring in medicina, tuttavia, presenta peculiarità di
rilievo in confronto ad altri ambiti professionali e organizzativi. Non
si tratta solo di trasmettere un sapere tecnico, di favorire la conoscenza
della complessa organizzazione sanitaria con l'esperienza quotidiana;
ma di avvicinare il giovane medico al mistero dell'uomo che soffre e della
malattia, come accidente che colpisce l'esistenza umana. "La malattia
è il lato notturno della vita, una cittadinanza più onerosa" ricorda drammaticamente
la Sontag (Sontag, 1977). Allora, ci si deve chiedere cosa comporti svolgere
un ruolo di affiancamento pedagogico, nel cammino formativo all'apprendimento
di una professione, che vede nella cura un momento sostanziale sia sul
piano del sapere tecnico e specialistico, sia sul piano etico? Comporta
la consapevolezza che attraverso la presenza e la testimonianza il tutor
svolge un ruolo che avvicina l'allievo al dolore, alla sofferenza dell'altro.
È difficile avvicinarsi al lato notturno della vita e il sistema educativo,
proprio a questo riguardo, presenta le più vistose carenze. Tutor e allievo
in un processo di reciproca fecondazione, possono aiutarsi l'un l'altro
nell'affrontare questo compito che, in ogni caso e da qualsiasi punto
di osservazione, è elemento costitutivo dell'essere medico.
A quanto pare non vi è
fattore più efficace di
un'altra persona per
rendere vivo ad un uomo il
mondo, oppure per
disseccare la realtà in cui
egli vive con una occhiata,
un gesto, un'osservazione
(Goffman, 1961).
Questa premessa, per quanto sintetica, consente di cogliere la complessità
del ruolo di tutor e la difficoltà che un'adeguata interpretazione comporta.
È chiaro come questo ruolo non possa essere altro che scelto, in virtù
dell'impegno richiesto, e non imposto. Quest'aspetto ha costituito un
problema nella realizzazione del progetto formativo. I medici di medicina
generale avevano dato un'adesione spontanea; anzi, si era dovuto procedere
ad una scelta tra coloro che avevano i requisiti o no. Mentre i medici
ospedalieri s'erano visti "cadere addosso" questo ulteriore compito, senza
possibilità di scelta. È stato necessario pertanto creare percorsi
differenziati, che tenessero conto dei diversi livelli di motivazione,
del fatto che questa, in alcuni casi potesse essere, all'origine, del
tutto assente.
L'intervento progettato era finalizzato a familiarizzare i medici con
gli strumenti metodologici propri della didattica tutoriale, dove l'apprendimento
avviene attraverso un processo di accompagnamento on the job: favorire
l'acquisizione di conoscenze e trasmettere professionalità; insegnare
competenze cliniche mediante la testimonianza del proprio lavoro; riflettere
creativamente sulla prassi. Si è trattato quindi di fornire strumenti
per valorizzare il potenziale didattico costituito dalla personale esperienza
professionale grazie ad un apprendimento induttivo, in una sequenza dei
contenuti non strutturata, ma diretto prodotto del lavoro interattivo
in aula. Le modalità stesse del lavoro di formazione in aula divenivano
dimostrazione dell'interpretazione del ruolo di tutor.
Sono state analizzate le caratteristiche dei processi di apprendimento
degli adulti, sottolineando la centralità dell'esperienza e il riflettere
intorno ad essa; l'organizzazione dell'apprendimento intorno ai problemi
e ai casi concreti e non alle materie. La crescita delle conoscenze si
realizza grazie alla contestualizzazione che il confronto quotidiano con
la realtà della professione necessariamente richiede. Il setting formativo
stesso ha, quindi, in sé la potenzialità per attivare i processi di integrazione
del sapere; ma perché ciò si renda possibile è necessario che il tutor
ne sia consapevole. Nel lavoro in aula è stata evidenziata l'importanza
di creare un clima di stima, e affettività positiva. Da qui deriva la
centralità dell'ascolto nel rapporto con l'allievo e la complessità della
relazione didattica, perché corre sui binari di un metodo, ma richiede
generosità di scambio, e investimento sull'altro. Ecco perché ampliare
la consapevolezza rispetto ai modi della relazione e della comunicazione.
Anche in questo ambito la tecnica ha il suo ruolo (pensiamo alla conduzione
del colloquio, al counselling, agli stili di negoziazione); occorre tuttavia
praticare un decentramento: l'atto tecnico è autoreferenziato, chi lo
compie è concentrato sulla prassi che esso richiede; l'atto relazionale
richiede un duplice fuoco: a sé e all'altro. Cosa colgo di ciò che l'altro
mi dice, delle sue paure e dei suoi nascondimenti o svelamenti? Si tratta
di coniugare la dimensione cognitiva con la dimensione emotiva, affettiva
in un divenire sinergico, dove la cultura umanistica e la cultura scientifica
possono riprendere a comunicare.
… gli uomini credono più
agli occhi che agli orecchi
… i progressi ottenuti per
mezzo degli insegnamenti
sono lenti, quelli che
invece si ottengono con gli
esempi sono più immediati
e efficaci
(Seneca).
Ripensiamo alla nostra esperienza di allievi, di tirocinanti, di specializzandi.
Quali immagini, quali volti, quali situazioni affiorano alla memoria,
portando con sé sentimenti, emozioni, stati d'animo? Se soffermiamo, anche
solo per breve tempo, l'attenzione sull'essere stati allievi immediatamente
si costellano ricordi, certo in contrasto tra loro, ma tutti intensi,
profondi, densi anche quando negativi. Possiamo rivivere la gioia di riascoltare
parole che risvegliavano in noi stupore e meraviglia, e l'impaziente desiderio
di essere nuovamente lì ad ascoltare, condividere; ma anche possiamo rammemorare
la noia, l'insopportabile monotonia di discorsi insulsi e banali; così
come possiamo risentire crescere in noi l'irritazione per la volgare indifferenza,
non sempre frutto di delusione e demotivazione, o per la brutalità di
certi atteggiamenti sadici. Quel che siamo oggi lo dobbiamo anche a chi
abbiamo incontrato in questi anni, che ci ha fecondato con le sue parole,
e le sue testimonianze; non dobbiamo dimenticare anche chi ci ha ferito
con il suo disinteresse, col suo distacco, con il suo malanimo o pregiudizio.
Tuttavia se siamo sopravvissuti a questi ultimi, e abbiamo avuto la possibilità
di trasformare in esperienza significativa e di crescita lo scontro con
gli inevitabili aspetti ombra della vita, è perché vicino a noi sentivamo
dei buoni maestri, delle buone guide. Non è stato facile incontrarli,
perlomeno la mia esperienza, ma anche quella di molti altri, è stata sì
di aver trovato interlocutori significativi, ma non senza aver attraversato
momenti di solitudine e smarrimento. Quando, ancora studente di medicina,
aprivo qualche trattato e leggevo la dedica "all'indimenticato maestro",
mi chiedevo dove si potessero trovare quei maestri. Difficile incontrare
veri maestri, anche solo delle buone guide che ci possano accompagnare
per un tratto più o meno lungo della nostra vita, ma è questa rarità che
rende l'incontro più prezioso. Riflettendo, ancora, sulla nostra esperienza,
ci rendiamo immediatamente conto di quanto sia fondamentale per l'allievo
la figura dell'altro che guida alla presa di contatto con una realtà che
assume consistenza a poco a poco; che fornisce stimoli e motivazioni;
che, attraverso la relazione, consente all'allievo di sentirsi riconosciuto.
Ricordiamo, allora, alcune parole chiave: relazione, incontro, riconoscimento,
ascolto. Se è vero che l'allievo, in quanto discente, deve saper ascoltare,
la relazione con il tutor si attua quando questa diviene luogo dove ci
si sente ascoltati, e, pertanto, riconosciuti. Se ripensiamo ai momenti
di solitudine, smarrimento o di demotivazione possiamo individuare nell'ascolto
da parte dell'altro l'aiuto più significativo. Quest'aiuto può venire
dall'amico, da qualche altra figura rilevante; ma quando la difficoltà
è legata allo studio, alla nostra crescita professionale solo chi è coinvolto
nella nostra formazione ha davvero potere, così come il medico nei confronti
del paziente. Uno dei bisogni fondamentali dell'uomo è di sentirsi ascoltato.
Ascoltare vuol dire aprirsi all'altro, sgombri da pregiudizi e timori.
È momento tutt'altro che passivo, al di là di quanto possa apparire,
infatti è faticoso, profondamente impegnativo: vuol dire reggere le tensioni
dell'altro, e quelle che, necessariamente, suscitano in noi le sue parole.
È un aprirsi che crea uno spazio mentale per contenere, … trasformare
quando, in fine, è giunto il tempo.
Contiamo un po' due favole
…, ché anche le favolette…,
possono essere talvolta
non pure principio ma e
instrumento di filosofia
(Poliziano).
Il racconto contagia ciò
che narra, è storia che
suscita storie
(Forte, 1992).
L'incontro con alcuni personaggi, con le loro storie, vicende, può a
aiutarci ad amplificare il tema dell'ascolto. Il primo episodio vede come
protagonisti un allievo e il suo professore, siamo nel collegio di Walton
nel Vermont. Il professore è nella sua stanza, seduto alla scrivania.
L'allievo bussa alla porta, forse ha timore di disturbare: quanto è faticoso
trovare le parole per spiegare le proprie difficoltà! Ci si vergogna sempre
dei propri problemi, delle proprie paure. Grazie alla disponibilità del
professore inizia a raccontare. Il padre non vuole che partecipi alla
recita scolastica: "ma recitare è tutto per me" anche se ''lui non lo
sa". Il professore lo rincuora: ''hai mai detto a tuo padre quello che
hai detto a me? La tua passione per recitare...". Quindi, forse più incalzante,
gli chiede di non viversi come una vittima passiva, di assumersi la responsabilità
dei propri progetti: "Tu non sei un servo della gleba, per te non è un
capriccio e devi provarglielo con la tua convinzione, con la tua passione.
Dimostragli questo, e se ancora non si convince, beh … quando avrai finito
la scuola potrai fare quello che vuoi...". Il ragazzo tra i singhiozzi
esprime la sua impotenza: "No! No!... e poi la commedia va in scena domani!";
chiede un'altra soluzione: ''non c'è un altro modo?"; ma secondo il professore
un altro modo non c'è, "allora sono in trappola".
Questo episodio è tratto dal film L'attimo fuggente di Peter Weir
(Weir, 1989). Il professor Keating riunisce in sé molte delle caratteristiche
che si possono desiderare in un buon educatore. Suscita simpatia, la sua
autenticità è carismatica. È entusiasta del suo ruolo, è motivato
e contribuisce a creare motivazione negli altri. Fornisce continuamente
stimoli creativi, aiuta a superare le inibizioni, anche se talvolta può
apparire troppo penetrativo; eccita la curiosità e spinge alla scoperta.
Dà vita ad un clima coinvolgente, che risponde al bisogno di appartenenza.
Tuttavia, questa scena, che costituisce un momento centrale nella vicenda,
dimostra quanto sia difficile esercitare l'arte dell'ascolto, anche per
un uomo come il professore Keating. Un uomo che ha buone capacità relazionali,
intelligenza emotiva, per dirla con Goleman; eppure l'ansia di trovare
una soluzione corretta per il problema dell'allievo, e forse l'ansia stessa
che il ragazzo gli trasmette per la situazione che sta vivendo, apparentemente
senza via di uscita, ottunde la sua capacità di ascolto, di empatia. Il
professore chiede così qualcosa al ragazzo che non è in grado di fare,
per la quale non è ancora pronto: affrontare il padre. Naturalmente non
si tratta qui di trovare una causa al gesto tragico dell'allievo che conclude
la vicenda, quanto di riflettere sugli ostacoli, sugli impedimenti, interni
ed esterni, che si frappongono tra noi e gli altri, rendendo talora problematica
la comprensione reciproca, se non addirittura la oscurano.
Spostiamoci ora nelle vicinanze di Londra, incontriamo qui Maurice Hall
e il dottor Barry (Forster, 1914). Maurice è un giovane che deve misurarsi
con la propria diversità, in un'epoca in cui tale diversità è considerata
un reato. È lacerato tra la spinta ad accettarsi per quello che è, e il
desiderio di una vita normale. Via, via il segreto che nasconde agli occhi
del mondo, e in parte anche a se stesso, si fa sempre più pesante da contenere:
deve essere condiviso con qualcuno, così "in una fredda sera di maggio"
il giovane decide di ''affrontare il rischio di una visita al dottor Barry",
fidato amico di famiglia. Maurice non ha ben chiaro che cosa chiedere
al dottore, ma parlare del suo segreto può essere un primo passo per sentirsi
meno solo. Il colloquio tra i due è davvero emblematico. Maurice è timoroso,
spaventato; in qualche misura la sua agitazione contagia il dottor Barry.
Il medico infatti è inizialmente amichevole, e corretto - per mettere
a suo agio Maurice gli ricorda che è legato al segreto professionale -,
ma non gli dà spazio per raccontarsi. Affrettatamente "salta a una conclusione...
o meglio ci arriva fin dal momento in cui avevano scambiato qualche frase
nell'ingresso", non può che essere una malattia venerea: "Quando è che
ti buscasti questo guaio della malora? All'università, forse?" Di fronte
alla risentita negazione di Maurice, allora salta ad un'altra conclusione:
"Impotente, eh? Diamo una guardatina". Fino a quando Maurice esplode disperato:
"dunque lei non ha capito affatto... io sono un innominabile della razza
di Oscar Wilde", urla, tra le lacrime. A questo punto la chiusura dell'altro
si fa ancora più risoluta, e il medico nega così l'esistenza del problema:
"corbellerie, corbellerie", è la sconcertante risposta. Questa scena è,
come dicevo, emblematica: tra i due non si instaura alcuna relazione,
per la non disponibilità del medico. Quando, finalmente, Maurice comunica
il suo segreto, lo vede rigettare indietro; il dottor Barry non è disposto
a condividerlo, a creare uno spazio mentale per contenerlo. Questo, naturalmente,
getta il giovane in uno stato di ancora più disperata solitudine. Vista
cogli occhi di oggi la vicenda può apparire grottesca per quanto è mutato
l'atteggiamento nei confronti dell'omosessualità, dall'inizio del secolo.
Non dimentichiamo, tuttavia, come ogni epoca abbia i propri punti ciechi,
e come non ci si renda conto dei propri pregiudizi, dettati dallo spirito
del tempo, quando vi si è immersi dentro. Quindi più che giudicare il
dottor Barry, chiediamoci quando ci siamo comportati come lui, comprensibilmente
intimoriti dal peso che richiedeva fare spazio in noi al segreto dell'altro.
Chiediamoci quali siano i nostri pregiudizi, le oscurità che ci avvolgono.
Questo per quanto è possibile naturalmente, perché esserne consapevoli
vuol dire già gettare una luce. Per altro sia il rozzo dottor Barry, che
il carismatico professor Keating lasciano nella solitudine i rispettivi
interlocutori. Dinanzi all'urgenza del problema è difficile porsi in attesa.
La richiesta dell'altro diviene anche sfida all'impotenza, e quindi tentazione
che può perdere entrambi. Il dottor Barry salta alle conclusioni, non
lascia parlare Maurice. L'ansia richiede risposte immediate e rassicuranti,
perché note, e, soprattutto, per il fatto stesso di esserci. Ma anche
Keating è preso in trappola dal tempo: " ... e poi la commedia va in scena
domani" "e allora devi parlargli stasera", e a quel punto il dialogo tra
i due s'interrompe e diviene un inconsapevole negarsi reciproco. Cosa
avremmo fatto al loro posto? Come ci saremmo sentiti nei panni di Maurice?
Ci siamo mai trovati in situazioni simili? E cos'è accaduto allora? E
oggi cosa faremmo?
Il rispecchiamento muove un dialogo interiore, e diviene ritrovamento,
valorizzazione dell'esperienza ... riflessione.
Riferimenti bibliografici
Cfr. Cortese C.G., "Mentoring e formazione", FOR, 33, 21-56, 1997.
Forster E.M.(1914), Maurice, tr.it. Garzanti, Milano, 1987,
p. 201 sg.
Forte B., Piccola introduzione alla fede, Edizioni Paoline,
Milano, 1992, p.10.
Goffman E., Encounters: Two Studies in the Sociology of Interaction,
Bobbs-Merrill, Indianapolis, 1961, p. 41, citato in Laing R.D.(1967),
La politica dell'esperienza, tr.it. Feltrinelli, Milano, 1993,
p.30.
Jaspers K.(1953), L'idea di medico, in Il medico nell'età
della tecnica, tr.it. R. Cortina, Milano, 1991, p.2
Nuland S.B.(1993), Come moriamo, tr.it. A. Mondadori, Milano,
1997, p. 289.
Poliziano A., Le Selve e la Strega, a cura di I. Del Lungo,
Firenze, Sansoni, 1925, p. 184, citato in Grassi E., Potenza dell'immagine,
Guerini e Associati, Milano,1989, p. 16.
de Saint-Exupèry A.(1943), Il piccolo principe, tr.it., Bompiani,
Milano, 1984, p. 38.
Seneca, Lettere a Lucilio, Lettera 6.
Sontag S.(1977), La malattia come metafora, tr.it. Einaudi,
Milano, 1979, p. 3.
Weir P.(1989), L'attimo fuggente, USA.
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