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Bullismo

“Le vittime non sono mai piaciute. E ciò accade per vari motivi,
non ultima la paura di poter prendere il loro posto
se si ha troppa cura di loro o se ci si identifica troppo con loro”
 
G.V.Caprara


Il vocabolo bullismo è la traduzione italiana dall'inglese "bullying". Sull’Oxford Dictionary del 1990, bully denota una «persona che usa la propria forza o potere per intimorire o danneggiare una persona più debole». Dalla comune radice derivano sia il verbo to bully che il sostantivo bullying.

Il significato inglese del termine non denota un atteggiamento, ma una specifica modalità di relazione tra due persone (il persecutore e la vittima), all’interno della quale «un più forte, si avvale della propria superiorità per danneggiare un soggetto più debole».  La definizione quindi evidenzia la matrice relazionale del fenomeno e sottolinea due dei principali criteri che la comunità scientifica ha assunto per demarcare il fenomeno del bullismo da ciò che non lo è: l’esistenza di uno squilibrio nel rapporto di forza tra due o più persone; l’intenzione di arrecare un danno al (ai) soggetto (i) più debole. Inoltre molti studiosi sottolineano che, per definire un fenomeno come bullismo, occorre il perdurare nel tempo di un tale tipo di relazione squilibrata.

Il bullismo non può quindi essere confuso ed assimilato a “normali” situazioni di conflitto tra pari. Il bullo prova piacere nel disturbare, insultare, picchiare o danneggiare nelle cose la "vittima" e continua anche quando è evidente che la vittima sta molto male ed è angosciata.  La durata nel tempo e la quantità di prepotenze fa diminuire la stima di sé da parte della vittima. Il bullo a volte riesce a esercitare il suo potere non solo perché è più grande o più forte, ma perché spesso molti pari all’interno del gruppo si alleano con lui per proteggere sé stessi. La vittima, sempre più isolata dagli altri coetanei a causa delle prese in giro, non sa o non può difendersi adeguatamente. L’asimmetria delle forze rende sempre più probabile il ripetersi dell’aggressione e rende sempre meno pari i coetanei, ovvero il bullo diventa sempre più potente rispetto alla vittima. La mancanza di sostegno induce la vittima a non riferire le aggressioni subite per paura di rappresaglie e vendette. Il danno per l'autostima della vittima si mantiene nel tempo. I bulli persistenti sono a rischio di problematiche antisociali e devianti, le vittime rischiano quadri patologici con sintomatologie anche di tipo depressivo.

La matrice relazionale del bullismo implica che i luoghi privilegiati di manifestazione del fenomeno siano quelli in cui avviene il processo di socializzazione dei giovani e, quindi, prevalentemente la scuola e gli spazi ad essa collegati (bus, cortili, corridoi, mense); soprattutto questi ultimi, per la scarsa o nulla presenza di adulti forniti di autorità, favoriscono la sotterraneità e la scarsa visibilità delle manifestazioni da parte degli adulti medesimi.

Gli studi sulle prepotenze in ambito scolastico partono dal lavoro pionieristico di Dan Olweus (1978; 1981) nelle scuole scandinave, seguito da molte altre ricerche in Inghilterra (Whitney e Smith, 1993) ed in altri paesi industrializzati. La ricerca più ampia e completa sul fenomeno del bullismo in Italia e quella del gruppo coordinato da Ada Fonzi: “Il bullismo in Italia”, Giunti, 1997. Da questo gruppo nascono ricerche successive, tra cui: Menesini, E. (a cura di) (2003). “Bullismo: le azioni efficaci della scuola. Percorsi italiani alla prevenzione e all’intervento”. Trento: Erickson. Tutte le ricerche concordano sulla necessità di acquisire “consapevolezza” del fenomeno, mediante raccolta di informazioni dirette e specifiche sulla presenza e consistenza di comportamenti prevaricatori messi in atto nell’ambito della vita scolastica. Questo è considerato prerequisito indispensabile per pensare, e quindi mettere in atto interventi di prevenzione e contenimento dei medesimi. In assenza di dati “concreti” il rischio è quello di avere una percezione distorta, per eccesso o per difetto, del fenomeno. Ciò vale a maggior ragione proprio ora quando su questo fenomeno imperversa una campagna massmediatica che rischia di essere confusiva.

A.D.R. ha condotto  ricerche sul fenomeno del bullismo nelle scuole secondarie della Provincia di Torino ed ha messo a punto ed intrapreso un programma di peer education per la sua prevenzione nelle medesime

 
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