Il 20 novembre 2026, a Torino, ADR dedica a Eugenio Torre un convegno che porta il titolo del suo libro. Per capire la giornata conviene partire da lì: da un libro che non insegna a fare una perizia, ma racconta che cosa accade a chi la fa.
Partire da Torre

Eugenio Torre ha guardato alla perizia psichiatrica con occhi junghiani. Dove il processo vede un atto tecnico, lui ha visto un incontro, e dentro l’incontro una vicenda più antica dei due che vi prendono parte. I sentimenti e le conflittualità del perito è il libro in cui questa visione prende forma. Viene da molti anni di lavoro sulla relazione d’aiuto e sulla formazione di chi la esercita, e porta nell’aula di giustizia ciò che quel lavoro gli aveva insegnato: che nessuno aiuta, cura o valuta un altro restandone fuori.
Chi cerca un manuale di psichiatria forense non lo troverà qui, e l’autore non finge di offrirlo. Non ci sono criteri diagnostici né schemi di relazione peritale. C’è, piuttosto, quello che i manuali tacciono: che cosa accade a chi valuta mentre valuta.
Lo si capisce dalla soglia. L’introduzione non è un sommario ma un racconto, preceduto dai versi di Frost sulla strada non presa: un uomo cammina sulla ghiaia in un crepuscolo che non diventa notte, e si domanda se a scricchiolare siano i sassi o le scarpe. La risposta, che occorrono entrambi, è già il libro intero. Nessuna perizia è fatta dal solo periziando.
La scrittura procede così fino alla fine, alternando la citazione dotta al dettaglio di udienza, la qabbalàh e il Giuramento di Ippocrate, Wittgenstein e la casa circondariale.
Un tecnico che non può non sentire
Il perito, nell’immaginario del processo, è un tecnico: possiede un sapere, riceve un quesito, restituisce una risposta. I sentimenti, in questo schema, sono un disturbo da tenere fuori dalla porta. Il libro nasce per smontare questa rassicurante finzione, almeno là dove essa è più fragile: nella perizia psichiatrica.
Chi è chiamato a pronunciarsi sulla capacità di intendere e di volere, sull’attendibilità di un bambino, sull’idoneità di un genitore, non misura un oggetto: incontra una persona. E l’incontro, per quanto vincolato dal quesito, dai tempi e dai luoghi stabiliti da altri, mette in moto emozioni: simpatie e antipatie, assonanze, timori, pregiudizi. Torre non propone di negarli, impresa peraltro impossibile, ma di riconoscerli, perché soltanto ciò che è riconosciuto smette di governare a nostra insaputa la mano che scrive le conclusioni.
Il vero pericolo è spacciare per tecnica oggettiva una soggettività inconsapevole.
La tesi del libro sta in questo rovesciamento. Il sentimento non è il nemico dell’oggettività, ma la funzione che ne indica il limite e ne custodisce l’onestà.
Nella prefazione Carlo Federico Grosso accoglie questa tesi con la franchezza del giurista che ha visto tanti collegi peritali dire, nello stesso processo e sulla stessa persona, tutto e il contrario di tutto. Il suo giudizio sull’attendibilità della psichiatria forense è amaro, e dichiaratamente condiviso con l’autore. Ma è proprio da quell’amarezza che il libro riparte, per chiedersi che cosa il perito possa fare di sé, prima ancora che del periziando.
La relazione, anche dove non la si vorrebbe
Prima di parlare di perizie Torre parla di legami, e lo fa con una pagina del Piccolo Principe: la volpe che chiede di essere addomesticata. Chiede di diventare unica al mondo per qualcuno.
Che cosa renda unico un altro essere, Montaigne lo ha detto nel modo più breve, ricordando l’amico perduto: «perché era lui, perché ero io». Non è una spiegazione, è il rifiuto di darne una: nessuna qualità dell’amico basta a rendere ragione del legame, perché le qualità si possono elencare, confrontare, ritrovare in altri, e chi è amato per le sue qualità è sostituibile. La frase, del resto, è nata in due tempi: prima «perché era lui», poi, aggiunto a margine con altro inchiostro, «perché ero io». Il legame non sta in uno dei due, ma fra loro, e chi vi entra vi entra con ciò che è.
Montaigne però parla di un incontro avvenuto una sola volta nella vita, e di due anime fuse al punto da non ritrovare più la cucitura che le unisce. Perché questa intuizione diventi un principio, valido per ogni incontro e capace di custodire la distanza fra i due, occorre attendere Martin Buber.
Io-tu e io-esso non sono per Buber due modi in cui un medesimo io si rivolge al mondo: sono due parole che si pronunciano in coppia, e l’io dell’una non è l’io dell’altra. Chi dice esso sperimenta e usa: conosce, confronta, classifica, e ha davanti un oggetto. Chi dice tu non ha davanti nulla da possedere: sta in una relazione, e vi sta con tutto se stesso. Buber non condanna il mondo dell’esso. Senza di esso non si vive, e ogni tu è destinato a ridiventare cosa fra le cose: è, dice, la sublime malinconia della nostra sorte. Ma chi vive soltanto nell’esso non è più uomo, e Buber ha un nome per questa condizione: irrelazione, l’assenza di legame di chi sta accanto agli altri senza incontrarli.
Per chi esamina un altro essere umano su mandato di un giudice la distinzione non è accademica. L’esame appartiene all’esso e non può non appartenervi. Ciò che Buber chiede, e lo chiede espressamente al medico dell’anima, è che lo sguardo che esamina non sia l’unico: l’unità di una persona sofferente si coglie soltanto da persona a persona, pur sapendo che la reciprocità, in un rapporto come questo, non potrà mai essere piena.
Il contesto peritale, peraltro, sembra costruito apposta per produrre irrelazione. Il periziando non ha scelto il suo interlocutore, non può impedire l’accertamento, sa che quanto dirà non resterà nel segreto, ma finirà comunque davanti a un giudice. Intorno ai due, poi, si affollano altre presenze: magistrati, avvocati, consulenti di parte, e in carcere gli agenti che anche fuori dalla stanza «sono lì». Eppure, sostiene l’autore, tra il fare oggettivante che il mandato esige e il fare comprensivo che la clinica insegna non si deve scegliere: bisogna tenerli insieme, sapendo ogni volta quale dei due si sta declinando.
L’Ombra, e il potere che la chiama
Le emozioni e i sentimenti sono dunque movimenti interiori da ascoltare e riconoscere: sono il fondamento della dinamica dell’inconscio. Le teorie psicoanalitiche hanno dato a queste forze nomi e figure diverse. Torre si rifà alla psicologia analitica e trova negli archetipi di Jung una via per illuminare i vissuti complessi che abitano la scena peritale: immagini collettive che l’incontro con il periziando costella e che, se non vengono rese coscienti, pensano al posto del perito. Fra queste figure una viene prima delle altre, perché da essa comincia ogni conoscenza di sé: l’Ombra.
In psichiatria forense l’Ombra è lo sfondo stesso del lavoro. Torre lo dice con una domanda che di rado ci si rivolge: che cosa spinge un clinico a entrare in questo mondo? Chi accetta di guardare ciò che gli altri preferiscono non vedere incontra qualcosa che, in quanto essere umano, lo riguarda. Se non lo riconosce, sarà quella parte non riconosciuta a orientare il suo giudizio.
C’è poi una ragione più specifica per cui l’Ombra tocca il perito, ed è il potere. Con l’incarico egli riceve un’autorità che prima non gli apparteneva: accede a documenti fino ad allora vietati, varca le porte blindate del carcere, entra nella vita dell’altro per scrutarla e sezionarla. Passa da una dimensione terapeutica a una giudiziaria. Il potere costella inevitabilmente l’Ombra, e il confine tra potere e responsabilità si assottiglia soprattutto quando il collettivo seduce, attribuendo all’esperto competenze quasi magiche, come se per professione conoscesse in anticipo la verità.
Per questo il perito, scrive Torre, deve guardarsi da due ombre: la propria, e quella che se ne sta nascosta dietro il ruolo e la sua legittimazione sociale. L’antidoto che propone non ha nulla di tecnico: prudenza, umiltà, cura, e il ricordo di quanto siano limitati il nostro sapere e il nostro potere.
Diciassette casi
La teoria, nel libro, non resta sola. Il terzo capitolo raccoglie diciassette casi portati in supervisione, in cui il perito è, come dice il titolo, in balia degli archetipi.
Non sono casi di periziandi: sono casi di periti.
C’è chi, terzo dopo due pareri opposti, conclude che la verità sta nel mezzo, e scopre di aver voluto piacere a tutti. Chi, a forza di vedere falsi abusi, è diventato il paladino degli indagati. Chi si commuove per un genitore e ne sposa la versione. Chi, davanti a un reato odioso, giudica il fatto invece di accertare la malattia, e pensa che l’infermità sarebbe troppo comoda. Chi lavora da anni con lo stesso magistrato e non sa più distinguere la credibilità clinica dalla verità processuale. Chi, per vanità e per fretta, sbaglia una diagnosi, e fatica più di ogni altra cosa ad ammetterlo.
Letti insieme, i casi tornano sugli stessi punti: la distanza perduta, per eccesso di vicinanza o di lontananza; il perito che si fa giudice; la vanità; la dipendenza dal committente; la protezione che toglie all’altro la sua responsabilità. In nessuno l’errore è di ignoranza. E in tutti è il gruppo a rendere visibile ciò che da soli non si vedeva.
Educare il sentimento
Prudenza, umiltà e cura, però, non si improvvisano. E non si insegnano come si insegna una procedura. Torre le affida a quella che Jung chiama funzione sentimento, che non va confusa con l’emozione e tanto meno con il sentimentalismo: è la funzione che dà valore, e che dando valore mette in relazione chi giudica con ciò che giudica. Hillman, a cui Torre si appoggia, ricorda che anche l’applicazione della legge da parte di un giudice è un’operazione di sentimento. Nell’aula, dunque, il sentimento non è un intruso: c’è già.
Il guaio è che nessuno lo educa. La scuola, e più ancora la formazione specialistica, coltivano il pensiero. «Dove può andare a scuola il cuore?», si chiede Hillman. E avverte che il sentimento non si corregge dall’alto, con un supplemento di ragionamento: lo corregge soltanto altro sentimento, a patto di dargli fiducia e di concedergli l’errore. Il primo passo è riconoscere ciò che davvero si prova mentre lo si prova, anche quando non è presentabile. Per il clinico la tentazione contraria è forte: spiegare subito, dare un nome tecnico, e non sentire più.
Per questo non basta aggiungere nozioni giuridiche al sapere clinico. Torre propone il lavoro di gruppo, le immagini, il cinema, usato non come addestramento ma come un sogno da leggere insieme. Lo strumento decisivo resta la supervisione, intesa come confronto periodico di un gruppo di pari con un esperto di dinamiche psichiche. Un luogo, scrive, in cui dialogare con la propria ombra con timore ma senza paura.
Un perito più umano
Il libro parla a psichiatri e psicologi che frequentano i tribunali, ma anche a magistrati e avvocati, che dei periti si servono e che avrebbero interesse a sapere di quale stoffa è fatto il parere che ricevono. A tutti consegna la stessa domanda, che Grosso lascia aperta in chiusura della prefazione: se sia possibile un perito più umano, meno onnipotente, meno narciso. La risposta di Torre è che lo si diventa soltanto insieme ad altri, e che non si finisce mai.
Dal libro al convegno

A questa domanda è dedicato il convegno che ADR organizza a Torino il 20 novembre 2026, nella Sala Conferenze di Zip Workspace, in via Belfiore 45 A: I sentimenti e le conflittualità del perito. L’esperto e gli archetipi. Porta il titolo del libro, ed è insieme un omaggio a Torre e una prosecuzione del suo lavoro.
L’assunto è lo stesso. L’atto peritale non avviene in un vuoto relazionale, e il perito non è un osservatore asettico: è immerso in un campo di tensioni etiche, giuridiche ed emotive. Esplorarne la parte sommersa, i sentimenti, le conflittualità, gli archetipi che orientano in silenzio il giudizio, non significa rinunciare all’oggettività. Significa rafforzarla con la consapevolezza.
Dallo sguardo al confine
La giornata segue un movimento preciso: dall’interno verso l’esterno. Comincia da chi guarda, e finisce sul confine di ciò che guardando si può dire.
Si parte da Torre, e da ciò che ha lasciato. Poi il discorso viene portato nel presente. Dal libro a oggi non è passato molto tempo, ma una cosa è cambiata: gli ospedali psichiatrici giudiziari, di cui Torre discuteva ancora le alternative, sono stati chiusi. Il parere del perito non si ferma più in un fascicolo: ricade sui servizi che dovranno curare, e su una persona che qualcuno dovrà prendere in carico. Le conseguenze si sono fatte più vicine, e con esse la responsabilità.
La mattinata entra allora nel suo tema, che è il perito stesso. Si parla dei sentimenti che l’incontro con il periziando suscita, e di come riconoscerli invece di subirli. Si parla dell’Ombra e delle altre figure che Jung chiamava archetipi, e rispetto alle quali Torre si interroga su come si attivino all’interno della scena peritale: immagini che ciascuno porta con sé e che, se restano inconsapevoli, finiscono per condizionare il giudizio. E si parla dell’arte come via per imparare a riconoscerle. Torre attingeva alla letteratura, al mito, al teatro, e al cinema: la settima arte, quella che le riunisce tutte, e che fa provare ciò che un manuale può soltanto descrivere.
Poi i ruoli si rovesciano. Chi di solito risponde ai quesiti, per una volta li pone, e chiede al magistrato che cosa si aspetti davvero da lui, e che cosa faccia delle sue risposte.
Nel pomeriggio il perito esce dalla stanza del colloquio ed entra in aula. Il problema non è più che cosa sente, ma che cosa può dire, e in quale lingua. La clinica vive di sfumature, il diritto chiede risposte nette: capace o incapace, attendibile o no. Tradurre le une nelle altre senza tradirle è il lavoro più delicato, e nessuno lo insegna. Ed è un lavoro che non si fa nel vuoto: su chi giudica premono le scorciatoie del pensiero, i pregiudizi, la suggestione di un’opinione pubblica che ha già deciso. È ciò che la tradizione, da Hegel a Jung, chiama Spirito del Tempo, e che Torre vede all’opera nelle aule di giustizia. Anche qui, a un certo punto, il perito smette di rispondere e domanda, questa volta all’avvocato, che di una perizia fa un uso ancora diverso.
La giornata si chiude sul confine stesso. Dove finisce l’infermità e comincia la responsabilità, dove finisce ciò che la psichiatria sa e comincia ciò che la legge le chiede di sapere. Non è un confine tracciato una volta per tutte, e non spetta a una sola professione tracciarlo. Per questo se ne discute insieme: clinici, giuristi, e chi queste vicende le racconta al pubblico.
Il convegno non sostituisce la supervisione, che resta per Torre lo strumento decisivo. Ma ne ha lo spirito: un luogo in cui chi valuta si chiede, insieme ad altri, che cosa gli accade mentre valuta.

Partecipare
- Quando: venerdì 20 novembre 2026, dalle 9.15 alle 17.30
- Dove: Zip Workspace, Sala Conferenze, via Belfiore 45 A, Torino. In presenza (massimo 70 posti) e in diretta streaming
- ECM: in corso di accreditamento per tutte le professioni sanitarie. 6 crediti in presenza, 9 crediti per la FAD sincrona, attivata con almeno 20 iscrizioni
- Costi: con crediti ECM € 40 in presenza e € 55 in streaming; senza crediti la partecipazione è gratuita