Nel paese oscuro della malattia: 
il coraggio silenzioso di Floria

Ispirato al libro di Madeline Calvelage, il film di Petra Volpe ci conduce nei corridoi dell’ospedale, dove la vita e la malattia si intrecciano. Floria, tra lucidità e fragilità, resistenza e dolcezza, incarna l’eroismo discreto di chi trasforma la sofferenza in possibilità di incontro e autentica comunione.

«Voglio che sentiate cosa succede dentro di noi quando un turno diventa sempre più stressante e siamo costretti a mettere da parte le cose, anche se non ci piace», così Madeline Calvelage nella prefazione al suo libro Il problema non è la nostra professione. Sono le circostanze (Calvelage, 2020). È il libro che ha ispirato L’ultimo turno, il film di Petra Volpe, che realizza l’obiettivo della infermiera e scrittrice: rappresentare quanto accade ogni giorno in un reparto d’ospedale, in modo semplice, lineare, senza enfasi. Raccontare alcune tra le tante possibili storie di cura e malattia, vicende che accadono ogni giorno, ogni notte nei reparti di ospedale; i luoghi dove si declina quell’oneroso lato notturno della vita di cui ci parla Susan Sontag ne La malattia come metafora (Sontag, 1979). Entriamo in reparto con Floria Lind e iniziamo ad incontrare i cittadini di questo paese oscuro, che impone a chi lo abita infinite ed estenuanti riflessioni, difficili mediazioni tra rifiuti e ribellioni interiori, e drammatici interrogativi. La protagonista è certo Floria, l’eroina, heldin, del titolo originale e tuttavia, l’aspetto eroico si dispiega attraverso la profonda umanità dell’atto di cura, che va ben al di là del “quasi” perfetto atto tecnico-infermieristico, veloce, sicuro, determinato, attento e che si realizza nell’incontro con l’altro più o meno fugace o rapido per necessità, ma sempre profondo e autentico. Per un paziente Floria è un angelo. Come Feyerabend (Feyerabend, 1995), ferito e paralizzato, riconosce nell’infermiera che lo vegliava «un viso bellissimo chino su di [lui]», «un’apparizione» a cui chiedere di restare, allo stesso modo alcuni malati incrociano lo sguardo di Floria e ritrovano una presenza capace di dare sollievo. Molteplici sono le «circostanze» che concorrono a declinare l’eroismo di Floria, e tuttavia, forse, è possibile individuarne una che, più di altre, lo determina, meno concreta, più essenziale. Mentre Floria attraversa il corridoio del reparto, entra nelle stanze dei pazienti, condivide con loro l’esistenza nell’oscuro paese della malattia, una condivisione faticosa, dolorosa, emotivamente contagiosa, che non tutti reggono e che molti fuggono o negano. Questa esistenza costantemente divisa tra i due regni «dello star bene e dello star male» è il vero atto eroico di Floria. Richiede competenze diverse e talora opposte tra loro che vanno congiunte, di volta in volta, in nuove sintesi: la lucidità razionale e la capacità di ascolto, la resistenza fisica e la delicatezza interiore, la fermezza nel dolore e la disponibilità alla gioia. È un eroismo che non ha una sola lingua, ma molte. Riscopriamo la lezione di Jaspers: il coraggio di stare nelle «situazioni-limite», dove non si può sfuggire, ma solo assumere fino in fondo la condizione umana, trasformando la fragilità in possibilità di autenticità. Il turno di Flora inizia ancora prima di entrare nella sala infermieristica per le consegne e l’organizzazione del turno di lavoro. Un collega le chiede aiuto per mettere a letto una paziente appena giunta in reparto: anziana, confusa e non autonoma. Flora non fa mancare la propria cooperazione: un partecipato scambio di testimone tra chi è alla fine di un turno e chi è all’inizio, all’interno di una cornice che valorizza il lavoro di squadra e contribuisce a mantenere un clima positivo. Il momento delle comunicazioni in sala infermieri mette in luce la complessità del lavoro, le tante realtà che devono essere tenute a mente da chi lavora in reparto. Lo spettatore che vede e ascolta rimane smarrito: i risultati degli esami, le comunicazioni da fare, i problemi da gestire (il paziente che non vuole il sondino e deve fare la TAC lottando con la nausea), le caratteristiche di ognuno (la nuova arrivata che ama cantare), le ansie di chi attende la diagnosi. Si tratta di creare uno spazio per ognuno; ma uno spazio insieme flessibile, mobile, capace di adattarsi ad altre improvvise quanto inevitabili richieste: il paziente in ritardo che deve essere accompagnato in sala, la crisi dolorosa del paziente oncologico terminale, la richiesta di terapia antalgica, l’ansia per il ritardo della programmata terapia antibiotica, l’angoscia dei figli dinnanzi alla madre morente. Richieste che interrompono la linearità di un lavoro che esige atti precisi, misurati, de-finiti, e insieme una presenza che impone la capacità di non dimenticare nessuno. Flora è vicina ad ognuno, e ognuno cerca una vicinanza rassicurante: «domani lei ci sarà?». I vari momenti del lavoro di Floria sostanziano le competenze necessarie per lo svolgimento della relazione di cura: dalle attente e meticolose competenze tecniche alle competenze relazionali di ascolto ed empatia. E Floria si mette nei panni dell’altro quando patisce con il sig. Leu, che attende la comunicazione dell’esame istologico. Quanto può essere faticoso reggere la contraddizione tra il sapere, il non poter dire e il percepire l’angosciante attesa dell’altro? Reggere il silenzio, privi della parola e della possibilità di condividere. Dare parola sarebbe già un alleviare; ma l’attesa silenziosa è pesante fino al punto che il paziente non regge e fugge. Che esperienza è conoscere parte del destino dell’altro, quando l’altro ancora lo ignora? Certo nell’ignoranza dell’altro, percepiamo la condizione umana che ignora il proprio destino e anche questo è faticoso, quanto sconvolgente. È questa consapevolezza che spinge l’infermiera ad affrontare la dottoressa Strobel. Sulle scale, mentre alla fine di una dura giornata di lavoro in sala operatoria «finalmente» la dottoressa si accinge ad andare a casa dalla sua famiglia, dai figli non sappiamo, estenuata e senza più energie fisiche certo, ma anche mentali. L’infermiera la insegue, la richiama, le fa presente con toni accorati la situazione del paziente. La dottoressa rinvia all’indomani, non ha più energie, è sfinita. Qui non ci sono colpe, giudizi; si tratta di comprendere come la cura abbia necessità di energie per condividere e contenere l’angoscia. Ci sono inevitabili momenti di lontananza in cui i morsi della solitudine definiscono la drammaticità della condizione umana: ognuno si trova da solo con se stesso. La cura richiede di riconoscere i propri limiti e di comprendere anche quando è il momento di dire di no. Il rischio è il burn out, o il cadere anche in errore. Come accade a Floria quando, di fronte alla notizia della scomparsa del sig. Leu, mentre sta somministrando gli antidolorifici, l’emozione la  induce a confondere i contenitori per la terapia orale. Ogni atto di Floria, ogni incontro è denso di significati, attiva riflessioni, emozioni, ricordi di vissuti sia come operatori sanitari sia come pazienti o parenti. L’ultimo turno è un trattato sulla complessità della relazione di cura, sulle competenze necessarie, sulle emozioni che si risvegliano, prendono forma, emergono e modellano azioni e atteggiamenti. Ogni singolo incontro merita un approfondimento e un adeguato processo di amplificazione. Mi soffermerò su due: il primo riguarda la signora Kunh, il secondo il signor Severin. Incontriamo la signora Kunh in tre momenti, del primo abbiamo brevemente accennato. Il secondo riguarda una situazione che accende un conflitto tra Floria e la giovane allieva; ma è il terzo su cui ora vorrei soffermarmi. La signora riceve la telefonata della figlia dall’America. L’infermiera fornisce alcune informazioni, cerca anche di convincerla a richiamare il giorno dopo per parlare con il medico; ma dinnanzi alle insistenze e costretta a passarle la madre, che non la riconosce ed entra in uno stato di agitazione e confusione difficile da contenere, fino a quando Floria ha un’intuizione e inizia a mormorare un canto che ne attira l’attenzione, la coinvolge e la calma. Per lo spettatore, relativamente disattento, l’intuizione appare come qualcosa di magico, ma sappiamo che è il frutto dell’attenzione che l’infermiera dedica in ogni momento del suo lavoro e che le consente di fare la cosa giusta nel momento più opportuno, recuperando il ricordo più adeguato. Il signor Severin è il paziente con l’assicurazione privata. Appare fin dall’inizio arrogante, aggressivo. Suscita, nel divenire del racconto, emozioni via via più negative nello spettatore, sì che il momento in cui Floria perde il controllo e lancia dalla finestra il prezioso orologio con cui il paziente cronometra i ritardi al soddisfacimento delle sue richieste sorprende, ma allo stesso tempo muove un sentimento di condivisione. La vicenda di Severin è di notevole complessità; è possibile coglierla pur attraverso le brevi pennellate della sceneggiatura. Nessuno sa che è ricoverato in ospedale; quando parla con la moglie al telefono ed entra l’infermiera, ne parla come dell’assistente. È prigioniero di una angosciosa solitudine, fino a quando, dopo la crisi con Floria che esasperata, con rabbia gli grida in faccia la verità: «sei malato e morirai!», si apre ad una comunicazione autentica. Cogliamo così l’importanza della condivisione, del costruire ponti, aprire finestre. E per altro, anche l’idea di Severin di proteggere la moglie dalla dura realtà, dal destino che, a breve, saranno comunque chiamati a condividere, non solo è una illusione, ma in verità è un tentativo di difendere se stesso da una realtà che se condivisa, non potrebbe più essere negata. È un tentativo di prendere tempo, di venire a patti con quelle richieste della vita che sono così dure da accettare. Eppure la durezza della crisi tra l’infermiera e il paziente rompe la corazza di solitudine disperante in cui Severin si è chiuso in un vano, quanto doloroso tentativo di difesa. Apre allo scambio, alla comunicazione autentica che è comunione: unica possibilità per dare spazio alla speranza.

Note bibliografiche
Calvelage, M., Unser Beruf ist nicht das Problem. Es sind die Umstände: Eine Geschichte, die zeigt, was es heutzutage bedeutet, Pflegekraft zu sein, Tredition, 2020.
Sontag, S.(1977), La malattia come metafora, Einaudi, 1979.
Feyerabend, P.K. (1995), Ammazzando il tempo, Laterza, 1999.

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